ELISIR DI LUNGA VITA, A PESCA DI POLIPI

Una Haenyeo felice dopo la pesca esibisce la preda nelle gelide acque della Corea del Sud.

Una Haenyeo felice dopo la pesca esibisce la preda nelle gelide acque della Corea del Sud.

Corea del Sud. Le donne Haenyeo stregano il mondo della fotografia. National Geographic e addirittura Magnum Photos vogliono le loro foto scattate da un genio del calibro di David  Alan Harvey, settant’anni e un repertorio fotografico tra i più invidiabili del mondo.

Cos’hanno di tanto speciale le Haenyeo dunque? Pescano. E pescano polipi che, sull’isola di Jeju dove vivono, mangiano quasi tutti i giorni. Si gettano con tute, pinne, e maschere a 15 e più piedi sott’acqua per cercare le prede e lo fanno con un entusiasmo singolare, alcune anche alla veneranda età di ottantaquattro anni.

Harvey ha pescato con loro, si è immerso nel mare coreano, ha capito quanto preziosi possono essere i 25 dollari che vale un mollusco. Ha fotografato tutto in bianco e nero, per ricordare quella visione un po’ sfocata che si ha del mondo quando si fa dentro e fuori dall’acqua. Ha imparato a conoscere il gruppo, la loro umiltà, ad apprezzare un lavoro che per alcune dura da cinquant’anni. Lo ha fatto in un reportage fotografico divertente, nuovo e nel più degli scatti bizzarro, che ci porta a conoscere una realtà quasi inimmaginabile.

Qui la fotostoria

Una Haenyeo di 76 anni si immerge ancora, dopo 6 ore di pesca continua, per catturare un altro polipo.

Una Haenyeo di 76 anni si immerge ancora, dopo 6 ore di pesca continua, per catturare un altro polipo.

Le Haenyeo si immergono in continuazione durante la pesca, non usano bombole d’ossigeno, si affidano ai loro polmoni e alla grande esperienza. la maggior parte di loro è tra i 50 e i 60 anni e fa questo lavoro da quando è una ragazzina.

Ultimi preparativi prima dell'immersione tra i fondali rocciosi.

Ultimi preparativi prima dell’immersione tra i fondali rocciosi.

Il fotografo coglie l’attimo prima che il gruppo si immerga. Gli sembra strano vedere tanta spontaneità prima di incontrare l’acqua gelida e le rocce. Lui si definisce un “sandy beach guy”, date le sue origini californiane, e non riesce a capacitarsi di tanta disinvoltura.

Riposo prima di una nuova immersione senza aiuto delle bombole d'ossigeno.

Riposo prima di una nuova immersione senza aiuto delle bombole d’ossigeno.

Un ritratto all’umiltà, allo spirito di adattamento di queste donne capaci di sorridere anche dopo ore di pesca nel mare gelido. “Many thanks ladies. You are the bestest” dice Harvey nel commento di questa foto.

Chunsong Kang, 84 anni dopo 5 ore di pesca.

Chunsong Kang, 84 anni dopo 5 ore di pesca.

Un’austera bellezza di facce e posti. Il sorriso vero di Chunsong Kang, ottantaquattro anni e ancora in attività. Maschera tirata indietro, retino in mano, aria sbarazzina. Dopo cinque ore di pesca non appare poi tanto stanca. Il segreto e la forza di essere una Haenyeo.

Settimana 23-29/11

Quello che rimane dopo l'attentato a Kabul contro l'ambasciata inglese. Foto Epa

Quello che rimane dopo l’attentato a Kabul contro l’ambasciata inglese. Foto Epa

Gli attentati talebani in Afghanistan, lunedì a una partita di pallavolo e giovedì all’ambasciata inglese, per un totale di 55 morti. L’Ebola che dalla Sierra Leone arriva in Italia con un medico di Emergency contagiato e curato con il vaccino sperimentale allo Spallanzani di Roma. Le proteste che da Ferguson, a New York  fino a Los Angeles, hanno scosso gli Usa dopo la decisone del Grand Jury di non incolpare Darren Wilson, l’omicida di Michael Brown. E ancora proteste, a Hong Kong, dove le barricate di Occupy Central vengono rimosse dalla polizia dopo due mesi dal inizio delle contestazioni studentesche contro il governo. E, di nuovo, proteste, questa volta ambientaliste e a Parigi, di allevatori che schierano le loro pecore davanti alla Tour Eiffelle per contestare la protezione dei lupi in via d’estinzione. Qui il racconto della settimana in foto

 

 

L’ America del Thanksgiving e delle proteste

Il Presidente degli Usa Barack Obama accarezza un tacchino alla Casa Bianca il giorno del Ringraziamento.

Il Presidente degli Usa Barack Obama accarezza un tacchino alla Casa Bianca il giorno del Ringraziamento.

L’ultimo giovedì di novembre, di ogni anno: giorno del Thanksgiving. È una delle ricorrenze più sentite dagli americani, un giorno speciale in cui dire grazie per quel che si ha, seduti a tavola con i propri parenti ad ammirare e poi mangiare un tacchino ripieno. Si segue la tradizione iniziata da William Bradford, padre pellegrino governatore di Plymouth in Massachusetts nel 1623 e mai andata disperdendosi. Anzi, si può dire che si sia sempre più affermata.

Lo dimostra in particolar modo la parata organizzata da Macy’s, il grande store americano, che a New York, ogni anno per l’occasione, da vita a una festa lunga 2,5 miglia e che invade le strade del centro con carri, pupazzi enormi gonfiabili, addobbi e primi accenni di Natale. Su tutti troneggia il tacchino gigante, simbolo perfetto del giorno.

E se da una parte l’America scende in strada per festeggiare la sua storia, dall’altra scende in piazza per protestare per una questione storica che dovrebbe cambiare ma che è ancora terreno di ingiustizie. È la questione razziale. C’è chi nelle case mangia un tacchino felice  e c’è chi è in strada, da ieri in particolar modo gli scontri si sono accesi a Los Angeles, per far sentire la sua voce contro la decisione del Grand Jury che non manderà a processo Darren Wilson, l’assassino del giovane di colore Michael Brown (approfondimento del post di MERCOLEDÌ 25/11) Il bilancio? Quattrocento arresti e una crescita del numero di soldati inviati a Ferguson, nel Missouri, teatro dell’omicidio.

Intanto Obama, dopo aver affermato perentoriamente che “non ci devono essere scuse per la violenza”,  il giorno del Thanksgiving l’ha passato ad ammirare e accarezzare il tacchino che ha poi mangiato. Buon giorno del Ringraziamento Usa.

Qui la fotogallery della giornata di giovedì

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GIOVEDÌ 27/11

 

Occupy Central. Da una parte le forze dell'ordine smontano le barricate dei manifestanti. Dall'altra centinaia di fotografi immortalano il momento.

Occupy Central. Da una parte le forze dell’ordine smontano le barricate dei manifestanti. Dall’altra centinaia di fotografi immortalano il momento.

Un altro day after, questa volta in Cina. Si tratta di Occupy Central, ad Hong Kong, ovvero di quel movimento di protesta, soprattutto di giovani, per chiedere l’applicazione di un sistema democratico che il governo cinese sistematicamente ignora, rifiuta, calpesta.

I dissidenti hanno letteralmente occupato il quartiere di Mong Kok, nel centro città, dallo scorso 26 settembre e non se ne sono mai andati, fino ad oggi almeno. In questo senso i numeri, le statistiche e i pronostici hanno deluso gli amanti del genere: tutto nella vicenda di Hong Kong è stato imprevedibile. Dai primi giorni di protesta in cui il mondo guardava ammirato i giovani studenti a capo del movimento, Joshua Wong e Lester Shum, radunare una folla silenziosa che impugnava ombrelli colorati in segno di protesta, si è arrivati agli scontri con la polizia, agli sgomberi. La presa di posizione del governo cinese è stata, in tutto ciò, ambigua e solo da ieri ha rivelato il suo vero piano d’azione.

Non siamo più nel 1989, in piazza Tienanmen a Pechino, dove i carrarmati intervenirono subito e dove si consumò un vero e proprio massacro dei manifestanti. Non si può più fare. E allora li si lascia sfogare i manifestanti, senza che facciano troppi danni, li si lascia alzare barricate, indossare mascherine, alzare ombrelli. Anzi, li si mette quasi in bella mostra durante i summit mondiali, nelle visite dei leader stranieri, si esibisce una finta tolleranza quando serve insomma. E poi, quando sono passati ormai due mesi dall’inizio di tutto, si schiera la polizia, si ordina di rimuovere le barricate, di usare le maniere forti, di picchiare.

Mong Kok oggi è un posto diverso, dove le barricate stanno cadendo, le tende si stanno smontando e i leader del movimento finiscono in manette come in manette, per essere politically correct, finiscono anche quei poliziotti che, solo perché inchiodati dai filmati, hanno picchiato e buttato a terra i protestanti.

Cadono le barricate ma non smette di resistere l’ammirazione per il coraggio di chi difende la democrazia. È davvero finita Occupy Central?

MERCOLEDÌ 26/11

Gina Gowdy impugna una bandiera americana mentre si sporge da una macchina su cui è scritto il nome "Mike".

Gina Gowdy impugna una bandiera americana mentre si sporge da una macchina dove campeggia il nome “Mike”.  Ferguson, Missouri.

Alla fine è arrivato, e ha spiazzato tutti. Il tanto atteso verdetto del grand jury sul caso di Michael Brown, il giovane ucciso da un poliziotto in circostanze poco chiare lo scorso 9 agosto a Ferguson, ha deciso che l’assassino Darren Wilson non verrà incriminato.  Michael, appena diciottenne, avrebbe avuto un diverbio con il poliziotto per strada. Il giovane era disarmato ma da poco aveva commesso un furto in un negozio li vicino. Non è ancora chiaro cosa sia successo e cosa abbia indotto Wilson a sparare e freddare Michael con diversi colpi di pistola anche perchè le testimonianze raccolte sono discordanti. Proprio questa incertezza sarebbe stato il motivo della decisione della giuria di non procedere con l’incriminazione del poliziotto.

Oggi, nel “the day after” di certo rimangono le proteste e gli scontri nella città di Ferguson e la questione razziale che ritorna in un’America che si rivela ancora spaccata. Già dal giorno dopo l’omicidio, il 10 agosto, nella città erano scoppiati violenti scontri tra la comunità afroamericana e la polizia. Il governatore del Missouri Jay Nixon, la settimana seguente, era stato costretto a far intervenire la guardia nazionale ma le proteste non si erano fermate. Ritirata il 21 agosto, la guardia è stata richiamata a Ferguson lo scorso 17 novembre quando, in attesa della risposta del grand jury, le proteste sono riprese. In questi mesi, in effetti, gli scontri non si erano mai fermati ma da ieri, 24 novembre, si sono riaccesi in maniera drastica. Oggi abbiamo un bilancio più preciso dei danni, della rabbia di una comunità che non trova giustizia. Auto della polizia incendiate, così come alcuni locali storici della città. Fumogeni, scontri corpo a corpo tra manifestanti e polizia, gas lacrimogeni e megafoni da cui si urlano insulti alle forze dell’ordine, al governo, a Obama.

Ferguson in queste ore è ancora teatro di violenze e di tristezza. Tristezza veicolata dalle parole della famiglia di Michael Brown pronunciate appena dopo il verdetto:” We are profoundly disappointed that the killer of our child will not face the consequence of his actions” (Siamo molto dispiaciuti che l’assassino del nostro bambino non affronterà le conseguenze delle sue azioni). E mentre le proteste continuano, sia in Missouri che in altri stati, che davanti alla stessa Casa Bianca, Obama invoca la pace in un’America che non riesce a diventare quel paese d’integrazione che lui stesso voleva.

Qui la fotostoria di 3 giorni di proteste con una selezione delle foto messe in rete dal Washington Post nelle ultime ventiquattr’ore.

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MARTEDÌ 25/11

Operatori del centro di Hastings, in Sierra Leone, alle prese con le misure anti -contagio da Ebola. Foto di Petek Muller

Operatori del centro di Hastings, in Sierra Leone, alle prese con le misure anti -contagio da Ebola. Foto di Petek Muller

La foto scelta oggi arriva dalla Sierra Leone grazie a National Geographic. L’occasione è poco felice: è arrivato stanotte il primo contagiato di Ebola a Roma. È un medico italiano di Emergency che operava in Sierra Leone e che ora è ricoverato all’ospedale Spallanzani, l’unico in Italia oltre al sacco di Milano ad avere la struttura necessaria per gestire questo tipo di malattie.

Migliaia di chilometri più in la, dove il contagiato si trovava fino a poche ore fa, la battaglia contro Ebola continua. Le tute bianche dei due operatori sanitari risaltano vicino allo sfondo azzurrissimo. Una ciotola gialla, una verde e un tavolo arancione non fanno che accrescere il gioco di colori mentre i due uomini sono alle prese con i trattamenti di sterilizzazione. Siamo ad Hastings, vicino a Freetown, in un centro specializzato. Cinquecento i casi registrati fin ad ora nella struttura.

Così oggi guardiamo sia fuori, dove si fa ancora tanto per fermare Ebola, sia dentro, in Italia, sperando che le parole del Ministro della salute Beatrice Lorenzin, che si dice fiduciosa per le sorti del malato, si convertano presto in fatti.

LUNEDÌ 24/11

Kabul, Afghanistan, anni '80. Foto di Steve McCurry

Kabul, Afghanistan, anni ’80.
Foto di Steve McCurry

 

Che l’Afganistan e Kabul in particolare fossero da decenni teatro di violenza e distruzione lo si sapeva. Territorio destinato a essere dominio di altri, russi prima e americani poi, chi sente di appartenevi visceralmente si ribella ad un presidio straniero che sembra infinito. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva annunciato il ritiro delle truppe americane entro fine 2014, dopo tredici anni di presenza sul territorio, ma da poco ha rimandato quello che ormai gli americani chiamano il “the long goodbye” dei militari statunitensi previsto ora per il 2016.

Il risultato è il seguente: in una domenica pomeriggio di novembre, ieri per la precisione, durante una partita di un locale campionato di volley-ball, molto affollata, un attentatore talebano si fa esplodere. Uccide quarantanove persone. Dozzine i feriti. Kabul riscopre il terrore degli attentati, andati moltiplicandosi nell’ultimo anno dopo che gli Usa e la Nato hanno confermato che rimarranno in Afganistan ben 12.000 unità militari per sorvegliare la ricostruzione del paese e aiutare le truppe locali.

Distruzione oggi, giorno in cui si apprendono dettagli più precisi sulla dinamica, in cui le tv corrono a intervistare chi è scampato per un soffio alla strage e iniziano le polemiche alla Casa Bianca. Distruzione trent’anni fa, sempre a Kabul, quando il fotografo Steve McCurry, partito dal Pakistan e poi affascinato dalla questione afgana si trova davanti a una povertà infinita, a una desolazione tale che non può non raccontarla con i suoi scatti. I taliban, al tempo, avevano combattuto contro i soldati russi, mentre oggi, arroccati sulle montagne dove gli americani faticano a stanarli, inviano i loro martiri a uccidere i loro concittadini, pur di mandare un messaggio forte e chiaro.

Allora come oggi, la storia di un paese che fatica a essere lasciato solo, dove i pericoli del terrorismo sono più che minacce non realizzate, sia nello stesso Afganistan che verso l’Occidente.

DALLA FINLANDIA AL NEPAL SI VA IN FURGONE

Una tappa del viaggio dalla Finlandia al Nepal per il progetto Autollanepaliin.

Una tappa del viaggio dalla Finlandia al Nepal per il progetto Autollanepaliin.

 

Un furgone e 84 giorni per spostarsi dalla Finlandia al Nepal, e ritorno. #84daystonepal l’hashtag usato su Instagram per far conoscere ai fan il loro folle progetto.

Questa l’idea di tre ragazzi finlandesi che, con un furgoncino bianco su cui campeggia la scritta nera “we dream” , nel 2012, hanno deciso di andare a vedere cosa c’era dall’altra parte del mondo. Zaino in spalla e un furgone per spostarsi – e dormire -.

Il progetto Autollanepaliin, che tradotto dal finlandese significa “in auto in Nepal”, ha portato i tre avventurieri ad attraversare tutta l’Europa per poi spingersi in Khazakistan,a Dubai, Mumbai e infine a Katmandu, capitale del Nepal nonché la meta.

Alcuni spostamenti sono stati difficoltosi, come dimostra la foto scelta, altri più facili ma bisogna ricordare che più volte il gruppo si è ritrovato fermo per il temuto “guasto al motore” senza mai scoraggiarsi. La storia, per quanto bizzarra, insegna molto. Dall’avventura, il prossimo 28 novembre, nascerà un film proiettato in Finlandia e unicamente finanziato da un progetto di crowd funding. Ed è solo l’inizio. L’intento del trio è quello di far conoscere l’iniziativa a livello internazionale per aiutare i bambini bisognosi di cure ed educazioni incontrati durante il viaggio.

“Ogni cento metri il mondo cambia” diceva lo scrittore Roberto Bolaño. In questo caso per i protagonisti è cambiato tantissime volte, tappa dopo tappa. E dopo essere tornati a casa, i componenti del trio stanno facendo qualcosa per cambiare quello che nel mondo che hanno visto e vissuto ancora non va. E, come spesso accade, questo avviene grazie alla potenza delle immagini, e delle ottime idee che ci stanno dietro

Qui la fotostoria di alcuni dei momenti, e dei luoghi, più belli del viaggio.

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Settimana 16/11- 22/11

Dalla ripresa delle ostilità fra Russia e Ucraina (4.132 morti in totale secondo l’Onu dall’inizio del conflitto) all’attentato alla sinagoga di Gerusalemme Ovest, passando per la giornata mondiale dell’uomo e l’alluvione che ha colpito Jakarta. Qui il riepilogo della settimana, con l’aggiunta di alcune foto dei giorni dopo l’attentato di Gerusalemme. Il dolore dei parenti e degli amici delle vittime, di un’intera comunità colpita. E, mentre da un lato il presidente israeliano Netanyahu incolpa Abu Mazen di essere un terrorista e fa bombardare le case degli attentatori, Hamas e i suoi fedelissimi mangiano dolci e festeggiano per le strade la morte delle 4 vittime dell’attentato di mercoledì.

VENERDÌ 21/11

Alcuni volontari al lavoro per spostare un tronco dopo l'alluvione che ha colpito Jakarta.

Alcuni volontari al lavoro per spostare un tronco dopo l’alluvione che ha colpito Jakarta.

 

La periodicità con cui l’Indonesia viene flagellata dalle alluvioni è sconcertante.  Nel 2012, nel 2013 e l’ultima, prima di quella di questi giorni, nel gennaio 2014. La capitale Giacarta è allagata, il traffico paralizzato e migliaia sono le persone che non possono rientrare nelle loro case da giorni. I titoli dei giornali sono sempre gli stessi “Giacarta è sotto l’acqua”, “Giacarta in ginocchio, alluvione record”, e ancora, “Giacarta è sott’acqua”. Così come le foto delle agenzie, Reuters in particolare, ripropongono la stessa scena di strade allagate, bambini che giocano sommersi dall’acqua, donne sedute per strada che non si muovono anche se l’acqua arriva quasi al loro collo. Abitudine o rassegnazione?

Qui alcune delle foto delle alluvioni degli anni passati

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