«Le prigioni a cielo aperto» di Buenos Aires – Il fotoreportage di Yarin del Vecchio

Una ragazza della Villa21, uno dei quartieri più degradati e pericolosi di Buenos Aires. Il fotografo italiano Yarin del Vecchio ha trascorso diversi giorni tra i ragazzi che vivono lì e ha realizzato il fotoreportage Los llaman "calleros".

Una ragazza della Villa21, uno dei quartieri più degradati e pericolosi di Buenos Aires. Il fotografo italiano Yarin del Vecchio ha trascorso diversi giorni tra i ragazzi che vivono lì e ha realizzato il fotoreportage Los llaman “calleros”. Guardafuori l’ha intervistato.

«Sono quei luoghi dove se ci nasci, difficilmente poi riesci ad uscirci». Quando il fotografo Yarin del Vecchio parla delle villa di Buenos Aires, la memoria corre veloce alla droga consumata per le strade dai ragazzini, ai crimini, alle guerre fra bande. Questi quartieri, per decenni dimenticati dall’amministrazione, «sono prigioni a cielo aperto», la piaga nel cuore pulsante della capitale argentina. Qui, scappare dalla gabbia di delinquenza che opprime tutto, è quasi impossibile. Come è quasi impossibile penetrare fra le strade per raccontare cosa succede. Del Vecchio ci è riuscito, e dalla sua esperienza è nato il reportage Los lama calleros, un racconto per immagini sui giovani della Villa21.

«L’idea di realizzare il reportage è nata verso settembre. Da due anni seguo come allievo un fotoreporter italiano, Valerio Bispuri, che a dicembre ha tenuto un workshop fotografico proprio a Buenos Aires. Lo scopo era quello di trovare una storia da raccontare in otto giorni. Io in genere lavoro su progetti a lungo termine, incentrati su temi sociali, quindi ho pensato a un progetto che potesse essere iniziato li e potesse rimanere aperto per il futuro», racconta il fotografo. Ci è riuscito, non senza difficoltà.
«Nella villa21 andavo ogni giorno dalla mattina fino alle 15/16, oltre sarebbe stato troppo rischioso. Sono potuto entrare nel quartiere solo con due accompagnatori, Alejandra e Claudio, abitanti della villa, che stavano sempre con me», ricorda. Due guide, per un viaggio nel mondo dell’omertà. Sono molti infatti quelli che fanno finta di nulla, che non denunciano i crimini dei narcos (che, di fatto, controllano tutta la zona) e che tengono d’occhio i nuovi arrivati. «Quello che mi ha colpito di più sono state le esperienze dei ragazzi, vedere gli effetti del paco (la droga più pericolosa d’Argentina: un misto di foglie di coca, veleno per topi e cherosene)  e della vita che conducono. In soli quattro giorni in cui sono stato lì, due dei ragazzi che si vedono nelle foto sono stati accoltellati: lì è la normalità. Quando ne parli con loro sembra che ti stiano parlando di graffi di gatto. Vedere ragazzi anche di 15,16 anni, ma a volte anche più piccoli, distrutti a livello cerebrale a causa del paco, vedere le loro mani sporche e gonfie a causa del loro cercare nella spazzatura oggetti da rivendere per poi comprare la droga, vederli senza scarpe e magliette perché le vendono per drogarsi. Vedere i loro nomi scritti sul muro sopra il marciapiede stile citofono, guardarli negli occhi e leggere tutta l’umanità e la fragilità che comunque questi ragazzi hanno dentro, queste sono le esperienze forti che mi hanno segnato più di tatuaggi sulla pelle».
Riuscire a immortalare scene di vita quotidiana, dove il paco fa da sottofondo a tutto ciò che succede, ha richiesto grande calma e pazienza. «Non è stato semplice – racconta il fotografo – , spesso la macchina fotografica non la puoi tirare fuori per strada. In realtà quasi mai. Scattare ai ragazzi è stato difficile a livello di confidenza, nei miei scatti cerco di trasmettere profondità, di far trapelare quelle che sono le mie emozioni e le emozioni dei soggetti, sempre però raccontando la realtà».  Con i ragazzi della villa quindi, Del Vecchio ha dovuto instaurare una comunicazione più gestuale e simbolica che orale, facendo capire loro i motivi per cui voleva fotografarli. 
Con alcuni di questi giovani , il fotoreporter è rimasto in contatto. «Sono diventati miei amici», spiega, quasi come se fosse una cosa incredibile. Il fatto è che le persone delle villa sono molto emarginate a Buenos Aires, «sono rifiuti lasciati nella discarica. Rifiuti umani però».  Lo sa bene Padre Charly che qui, arroccato in queste stradine dove in pochi osano addentrarsi, ha aperto il centro Los “Niños de Belen”, per aiutare i ragazzi di strada che consumano ancora paco. Ma non bastava, così Pade Cahrly ha dato il via anche l’”Hogar de Cristo San Alberto Hurtado“, un’altra sede, quella principale, 100 metri fuori dai confini della villa per aiutare chi dal paco sta provando a disintossicarsi. La missione gliel’ha affidata Papa Francesco che, quando era ancora arcivescovo di Bueno Aires, spesso andava in questa villa per ascoltare e aiutare le persone.
Qui una gallery con altre immagini del reportage
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