La rivincita dei “ginger”: i capelli rossi conquistano la fotografia

"The MC1R series", il progetto fotografico di Michelle Marshall per documentare i volti delle persone afroamericane e rosse di capelli

“The MC1R series”, il progetto fotografico di Michelle Marshall per documentare i volti delle persone afroamericane e rosse di capelli

Sono poco più dell’1% della popolazione mondiale,  tra i 70 e i 140 milioni. Le persone con i capelli rossi costituiscono un numero piccolo piccolo se si paragona a quelli ben più grandi di persone con i capelli castani, o biondi. L’unicità dei “rossi”, come li sentiamo chiamare di solito, sta in una mutazione del gene MC1R che non riesce a produrre pigmenti di colore marrone o nero e vira così sull’arancione. Questo succede raramente e si verifica soprattutto in individui che nascono da due genitori che hanno entrambi la mutazione del gene.

Non solo pelle chiara e capelli alla “Rosso Malpelo”. Ma anche macchie sul corpo, lentiggini sul viso e sulle spalle e un’ipersensibilità al sole. Sono queste le caratteristiche dei rossi, spesso visiti solo come persone dai capelli color carota. La loro, da sempre, è una presenza affascinante e controversa. Torturati e presi in giro per secoli, oggi avere i capelli rossi è una rarità, un tratto distintivo sempre più ricercato da case di moda e dai fotografi.

Lo sa bene Michelle Marshall, la fotografa londinese che ha dedicato un suo servizio fotografico ai “rossi”.  Marshall è andata oltre gli stereotipi e si è messa in caccia delle persone con le più diverse manifestazioni del gene mutato. La sua attenzione è stata catturata, in particolare, dalle persone di colore in cui la mutazione si manifesta. Perché se è vero che in Scozia e Irlanda i “ginger” sono circa il 10% della popolazione, nelle zone dove la gente è di colore, questa percentuale crolla fino a rasentare lo zero. I rossi afroamericani sono gli strani degli strani, i diversi fra i diversi.

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Tutti i soggetti fotografati sono stati contattati con il passaparola e i social, nessuno ne conosce l’identità, ma solo il volto. L’idea della fotografa era infatti quella di creare un album visivo, una sorta di schedario dove a parlare fossero lentiggini e capelli, più che i nomi. Perché l’obiettivo era solo uno: dimostrare che anche la più assurda e improbabile delle diversità è bella (come dimostra la gallery qui sotto)

 

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