Le settimane del terrore

Vetri rotti e macerie in un ristorante distrutto durante l’attacco del 23 luglio a Kabul, in Afghanistan. L’attentato, che è stato rivendicato dal gruppo Stato islamico, ha causato la morte di almeno 80 persone.

Vetri rotti e macerie in un ristorante distrutto durante l’attacco dell’Isis, il 23 luglio, a Kabul, in Afghanistan. Sono 80 le vittime.

Una scia di sangue e distruzione. Fatta di tir che investono persone in festa, di accette che colpiscono passeggeri di treni, di bombe e kamikaze che esplodono. Di coltelli contro le chiese, di kalashnikov contro la vita di tutti i giorni. Le ultime settimane hanno avuto un comune denominatore: il terrorismo. Di matrice islamica e non, sono molti (troppi) gli attacchi che si sono susseguiti, un giorno dopo l’altro, (e non solo in Europa).

Nizza è stata colpita nel suo giorno di festa, con 84 vite spezzate dalla feroce corsa di un tir sul lungo mare, la sera del 14 luglio. Ancora una volta la Francia, debole e mal organizzata nel gestire la sua sicurezza. Poi la Germania, con l’assalto sul treno di un ragazzo afghano di 17 anni, armato di accetta. Ha causato solo feriti, nessuna vittima. Come nessuna vittima c’è stata dopo che un ragazzo siriano di 27 anni si è fatto esplodere vicino a un concerto, ad Ansbach, sempre in Germania. Qualche giorno prima, il 22 luglio, un ragazzo tedesco di origini irachene, con problemi psichiatrici, aveva sparato sulla folla di un centro commerciale a Monaco, uccidendo nove persone. E poi, di nuovo, la Francia, in ginocchio sotto gli attacchi dell’Isis, in una catena di attentati che sembra non finire mai: vicino a Rouen, il 26 luglio, due terroristi hanno assaltato una chiesa, hanno sgozzato il prete e poi si sono fatti scudo con gli altri quattro ostaggi. La polizia li ha neutralizzati in poco più di 70 minuti dall’inizio dell’attacco. E mentre l’Europa viene colpita senza sosta, lo Stato islamico non si ferma neanche nei territori che gli sono più vicini, l’azione è doppia, anche se alle volte ce ne si dimentica. Sono stati 80 i morti a Kabul, nell’ultimo attentato rivendicato dai miliziani di Al Baghdadi, il 23 luglio.

Il terrore lo hanno raccontato le tv e gli inviati dei giornali e delle radio di tutto il mondo. E lo hanno fatto anche le foto. Ma su questo modo di raccontare specifico, per immagini, serve una riflessione a parte. La sera del 14 luglio, un’ora dopo l’attentato di Nizza, se su Instagram si scriveva nel campo di ricerca “#Nizza” comparivano foto di cadaveri sparsi per tutta la strada. Scatti amatoriali, di testimoni forse ancora scioccati, forse semplici curiosi. E un video, una panoramica dettagliata sui corpi inermi falciati dal tir nella sua folle corsa sulla provvedano. Le immagini sono state puntualmente riprese dai più grandi siti di informazione (soprattutto italiani). Gallery e foto giganti si sono inseguite tutta notte, alla ricerca – disperata – di un click in più. Strisce di sangue che non aggiungevano nulla, teli sui corpi oppure neanche quelli. Un racconto dell’orrore che già tutti potevamo immaginare. Senza bisogno di caricare una foto in più. Saranno rimasti delusi gli amanti di questo genere di informazione, quando dalla strage di Monaco o da quella di Rouen non sono comparsi scatti di sangue. Al massimo un fermo immagine di un video, quello dell’attentatore del centro commerciale sul tetto di un parcheggio, impegnato a difendersi dagli insulti e dal lancio di bottiglie che arrivavano da un balcone li vicino. Un inquilino aveva sentito le urla e gli spari, si era affacciato e con quello che aveva sotto mano -delle bottiglie fresche di frigo – aveva tentato di fermarlo. Sopra di lui, un altro inquilino riprendeva la scena con lo smartphone. Azione, reazione, tasto REC. A noi la scelta.

 

 

 

 

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